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a cura della Segreteria Organizzativa Nazionale SIMG - Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie

mercoledì 8 marzo 2017

Viviamo di più, ma peggio: persi 6,4 anni di buona salute. Allo Stato costano 8,7 miliardi.

Viviamo di più, ma peggio:persi 6,4 anni di buona salute. Allo Stato costano 8,7 miliardi. In sintesi questo è  il risultato di uno studio voluto e finanziato dalla fondazione Farmafactoring nell'ambito del Rapporto annuale sulla sanita' in controluce e realizzato insieme al  CEIS Tor Vergata che ha per titolo: The "Double Expansion of Morbidity" Hypothesis: Evidence from Italy.


Allungare la vita non è sinonimo di godere di più anni in buona salute. Anzi, ultimamente pare che l'"extra-time" concesso dal miglioramento delle scienze mediche e affini si accompagni a condizioni precarie, che finiscono per determinare una maggiore necessità di assistenza e quindi di spesa da parte dello Stato.

E' il succo della questione messo al centro da uno studio voluto e finanziato dalla Fondazione Farmafactoring nell’ambito del Rapporto annuale sulla sanità in controluce e realizzato insieme al CEIS Tor Vergata che ha per titolo The “Double Expansion of Morbidity” Hypothesis: Evidence from Italy. Un paper in cui i ricercatori Vincenzo Atella, Federico Belotti, Claudio Cricelli, Desislava Dankova, Joanna Kopinska, Alessandro Palma e Andrea Piano Mortarisi si focalizzano sulle malattie croniche che solitamente si presentano negli ultimi anni di vita, durante i quali si gode di cattiva salute. Periodo che negli anni si è sempre più allungato grazie anche alle nuove tecnologie che hanno permesso di allungare la vita media degli italiani. Una circostanza che la letteratura annovera come "espansione di morbilità". Ma i ricercatori si spingono oltre e sostengono l'ipotesi della "doppia espansione di morbilità": studiando il caso italiano si rendono conto che negli ultimi tempi non solo gli anni di speranza di vita aggiunti con il progresso tecnologico si stanno caratterizzando per la cattiva salute, ma anche quelli prima della vecchiaia - che una volta si trascorrevano in "buona salute" - in realtà si sta riducendo, a causa dell'acuirsi delle malattie croniche.

Per dare consistenza alla loro intuizione, usano i dati HS-SiSSI, un campione che riguarda i dati di 1,2 milioni di pazienti italiani e dipingono questa situazione più preoccupante del previsto: il numero degli anni trascorsi almeno con un problema cronico è salito, soprattutto tra le generazioni più giovani. Secondo gli autori, si tratta del combinato disposto di fattori socio-economici che hanno caratterizzato in maniera dirompente l'ultimo ventennio: gli effetti della globalizzazione, stili di vita poco salubri, il cambiamento demografico, l'esplosione del debito pubblico e il rincaro dei prezzi per la casa hanno colpito in maniera diversa la popolazione, a seconda della fase di vita (giovani, adulti, anziani) durante la quale i singoli individui sono stati investiti e della loro condizione economica. In buona sostanza hanno peggiorato la qualità della vita, con effetti negativi sullo stato di salute che negli ultimi quindici anni è peggiorato soprattutto per le fasce più giovani, determinando quindi  una riduzione dell’età media nella quale cominciano a manifestarsi le malattie croniche degli italiani.

Sulla base delle rilevazioni HS-SiSSI, emerge infatti che tra il 2000 e il 2014 l'aspettativa media di vita degli italiani è pasata da 79,8 a 83,2 anni, con un aumento di 3,4 anni. Contemporaneamente, l'età media dalla quale si manifestano le malattie croniche è scesa da 56,5 a 53,5 anni: di fatto si è aperta una forbice di 6,4 anni "vissuti male". Un richiamo che deve accendere una particolare attenzione ai massimi livelli politici, perché ci dicono che i prossimi anziani staranno peggio degli attuali e probabilmente inizieranno ad avere bisogno di sostegno e cure prima di quanto non accada oggi. Un trend che mette pressione anche sulle finanze pubbliche: i ricercatori stimano che la spesa extra per il sistema sanitario nel 2014, rispetto al 2000, sia di circa 8,7 miliardi di euro. Nell'intero quindicennio significa che sono stati necessari 54 miliardi per far fronte al fenomeno
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